TAPPA4 I cortili del centro storico

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TAPPA4 I cortili del centro storico

 

I cortili del Centro Storico

Anche a Songavazzo, come in tutti i paesi bergamaschi o del nord Italia in genere, le vecchie case coloniche a funzionalità rurale, stanno scomparendo, data l’incuria determinata dal disinteresse degli eccessivi frazionamenti delle proprietà e dei costi di ristrutturazione, particolarmente elevati.

In quei luoghi, gli unici ambienti caldi erano la cucina e la stalla, in cui si andava dopo cena a passare la serata prima di andare a letto, senza lasciarsi mancare un bel rosario. L’elemento che assemblava la casa era la volta, costituita dalla cucina, la cantina (ol selter) e la stalla. Dappertutto il pavimento era in acciottolato, alcune erano lastricate con delle piastre di pietra (prede), le più belle con pavimento in cotto.
Di fondamentale importanza era lo spazio per il cortile, in dialetto “era”, spesso dotato di pozzo con acqua sorgiva, necessaria per l’orto ed il pollaio.
“L’era” rappresentava la congiunzione sociale, il transito, la vitalità.
Nel cortile i bimbi giocavano, le genti lavoravano, gli animali interagivano con l’uomo.
Lì si scandivano le stagioni, le cerimonie come la macellazione del maiale, e lì qualche artista amava dipingere affreschi o intagliare attrezzi, per abbellire il più possibile questo luogo non privo di una certa sacralità contadina.
D’intorno particolare cura richiedeva la stalla, dal cui funzionamento dipendeva il benessere della famiglia.
La contrada rurale era costituita da una moltitudine di edifici poveri, separati da vicoli stretti ed acciottolati, forieri di grande umanità e solidale condivisione, pur nelle liti qualche volta puerili, che affondavano le radici nella povertà e quindi erano frutto di miseria profonda.

Giuliano Covelli, Brano inedito, 2022

Giuliano Covelli, classe 1967, di Songavazzo, piccolo grande Comune nell’altopiano di Clusone.
Ha avuto la fortuna di appartenere alla generazione che ha vissuto lontano dalla seconda guerra, ma che ne conosce bene le parti più devastanti, per i riporti che i vecchi reduci di allora andavano raccontando. Questo ha insinuato in lui il germe della partecipazione, foriera di libertà di Gaberiana memoria.
Tutto in Paese valeva la pena essere vissuto: dalla Polisportiva songavazzese, ai corsi sci, alla sgambada, al torneo dei bar, alla festa degli Alpini, ai concerti di WoodSong e tanto altro.
Fino al 1996 coadiuva l’attività agricola dell’azienda di allevamento da carne condotta dal padre, ora “Cà di Lene” e gestita dal fratello, e da quella data è tecnico agrario della Comunità Montana in Lovere.
È amministratore di Songavazzo dal 1990 e Sindaco dal 2009.

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